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15 décembre 2011 4 15 /12 /décembre /2011 11:58

Il pericolo Kamchatka 
La Kamčatka , o Kamchatka, (in russo полуо́стров Камча́тка) è una penisola lunga 1.250 km situata nell’estremo oriente russo. Ha una superficie di 472.300 km2. A est si affaccia sull'Oceano Pacifico mentre a ovest si trova il mar di Okhotsk. Al largo della penisola si trova la fossa delle Curili con una profondità di 10.500 m . La Kamchatka fino al 1991 era interdetta agli stranieri e persino agli stessi russi non di tale regione, per via della sua incredibile importanza strategica. 
Dato il suo clima subartico e la natura selvaggia del luogo,
 la Kamchatka è poco popolata, meno di una persona per km quadrato, e vive ancora di risorse ittiche e rurali, ben lontano dai ritmi di vita moderni delle capitali europee. La zona è ancora prevalentemente abitata anzi da ceppi etnici autoctoni della Kamchatka, come i Koryaks, gli Itelmen, i Chukchies, gli Evens.   Eppure, un luogo di bellezza selvaggia come la Kamchatka deve combattere una strenua lotta contro l’inquinamento ambientale. La penisola difatti è piena di agenti chimici inquinanti dovuti alla massiccia presenza nella zona di basi militari sovietiche, ormai per la maggior parte scarsamente controllate e mal amministrate. 
La Kamchatka
, in effetti, è la zona d’attracco della flotta sovietica di sommergibili del Pacifico, ospita numerose basi aeree ed è zona di test per missili ICBM. La massiccia presenza dei militari russi in zona ha contaminato il terreno di metalli pesanti, radiazioni e diversi agenti inquinanti. 
Una grossa base navale nei pressi di Petropavlovsk è piena di sottomarini nucleari malmessi, e in tempi recenti accadono spesso affondamenti dovuti ai problemi di manutenzione, carente o addirittura totalmente inesistente.
                                                                                             Già nel 2005, la giornalista Lucia Sgueglia, scriveva: 
“Il declino del complesso militare russo procede da almeno un decennio, ma a passarsela peggio è proprio l’ex flotta sovietica. Negli ultimi anni i disastri militari si sono inanellati uno dopo l’altro, e la più colpita è proprio la Marina. Nel 2003, il naufragio del sottomarino K-159 (un modello degli anni Cinquanta) mentre era condotto alla rottamazione causò nove vittime.
 La Russia, in seguito ad accordi internazionali di non proliferazione militare e nucleare (accettati con qualche recalcitranza), sta smantellando la propria flotta già da qualche anno, e a gran velocità. Metà dei sottomarini è alla fonda da tempo. Ma il problema principale, nella penuria di fondi, per un patrimonio che conta un gran numero di mezzi a propulsione nucleare, è lo smaltimento delle scorie radioattive. Nel 1996 il cosiddetto “rapporto Nikitin” (opera di un ex ufficiale di Marina), denunciò lo spaventoso inquinamento causato dai vecchi sommergibili nucleari (con l’abitudine di scaricare in mare i residui di combustibile), causando l’ira delle alte gerarchie militari. Le basi della flotta Nord, si leggeva nel rapporto, sono il luogo a maggiore concentrazione di rifiuti nucleari al mondo. Una bomba a orologeria a pochi passi dall’Europa, insomma. La mancanza di trasparenza da parte russa resta un ostacolo. Nota è la vicenda dei cosiddetti “cimiteri militari”, dove, abbandonati senza le dovute precauzioni, i vecchi armamentari sovietici costituiscono una gravissima minaccia ambientale (si ricordi il disastro ecologico del lago d’Aral, trasformato in una pattumiera di scorie). Anche l’addestramento del personale, ammise Putin nel 2000, è insufficiente, e bassissimi gli stipendi di arruolati e ufficiali. Tanto da indurre qualcuno ad arrotondarli accordandosi con gang criminali (in forte aumento furti e contrabbando di componenti vitali della flotta, perfino siluri).”                                                                                                                                         In uno studio del Marine Pollution Bulletin, del lontano Luglio 1997, si affermava che:
 “Scorie nucleari sigillate e sotterrate dalla Russia, sono presenti in diverse località a sud est della penisola della Kamchatka, nelle vicinanze della costa. Questo documento analizza la possibilità e i modi con cui queste scorie, se non correttamente sigillate, possano disperdersi dai siti d’interramento e nelle correnti oceaniche. Un’analisi della circolazione delle correnti oceaniche a larga scala e un modello di studio suggeriscono che eventuali rifiuti radioattivi seguirebbero una traiettoria diretta verso il nord-est del Pacifico. Le analisi suggeriscono la possibile creazione di due flussi principali di materiale altamente tossico, anche se la velocità del modello teorico è molto variabile: la diffusione di tale scoria radioattiva potrebbe impiegare come minimo 5 anni, e come massimo 100, per raggiungere il nord-est del Pacifico. Riflussi verticali nelle correnti sarebbero necessari per trasportare gli elementi contaminati verso la superficie e in prossimità di zone costiere, come quelle dell’Alaska, ma le informazioni su questi riflussi verticali allo stato attuale sono troppo scarse per stilare un modello credibile delle aree geografiche a rischio.”
   

Conclusioni 
Cosa vuol dire tutto ciò? È possibile che i russi, in qualche maniera, siano responsabili del disastro ecologico in atto nell’oceano Pacifico? Di sicuro, negli anni scorsi diversi giornalisti sovietici pur di indagare sul degrado e la corruzione del proprio paese, hanno rischiato il lavoro, la salute o talvolta (come nel caso della reporter di Novaja Gazeta, Anna Politkovskaya) la vita stessa. Nella Russia di Putin esistono una serie di collusioni, omissioni, giri d’affari e di interessi economici poco leciti, corruzioni e stravolgimenti della vita pubblica, nel novero delle quali il fine tende inevitabilmente a giustificare i mezzi. In un quadro sociale e politico del genere, è possibile immaginare che i controlli, specie in ambito ecologico, siano di certo minori di altre parti del mondo, e altresì è facile trovare persone disposte, per pochi rubli, a compiere lavori ai limiti del legale, o ben oltre. Non è un mistero, ad esempio, che a oggi i maggiori commerci illegali di materiale radioattivo sembrano partire quasi tutti dall’ex Unione Sovietica. E allora, l’enorme blob di plastica e oggetti inquinanti che sta galleggiando nel Pacifico, è nato forse dal degrado sociale e dalla carenza di controlli esistenti oggi nell’ex Urss, già denunciati diverse volte dalle numerosi leghe ambientali di tutto il mondo? Questo allo stato attuale delle cose non è dato saperlo, ma probabilmente i responsabili delle agenzie ambientali internazionali farebbero bene a iniziare le loro ricerche da lì. Sempre che la sempre maggiore necessità, specie in Europa, delle risorse energetiche provenienti dall’Est, non finiscano per rendere l’occidente sordo al grido di dolore che oggi proviene dall’Oceano Pacifico.

 Sommergile-nucleare-a-Petropavlosk--Kamchatskly-.jpg

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